venerdì 27 gennaio 2017

Né amore, né vendetta, né morte - una tragica storia dei Laghi Alimini

La scienza non convince nemmeno i bambini


In quel periodo, a scuola, la maestra ci aveva spiegato che nel nostro territorio, non ci sono fiumi. In Puglia scorrono Ofanto e Fortone, ma la provincia di Lecce non ne ha. Perché? Domandai, con disappunto. E la risposta ebbe a che fare con valutazioni idrogeologiche, nonché meteorologiche. Ovviamente non mi convinse.

Fu durante una breve gita coi miei genitori, sui Laghi Alimini, che mia madre, donna dalla fervida fantasia e dal piglio rocambolesco, decise di rispondere alla mia curiosità stimolata dalla vista delle acque, evitando le inconcludenti spiegazioni scientifiche, che non avrebbero convinto…nemmeno un bambino e pensò bene, invece, di raccontarmi una storia.

La locandiera, il principe, e le ovvietà del caso


Ma tanto tempo fa, un fiume c'era! - principiò.

C’era in Terra d’Otranto un fiume lunghissimo, che collegava il Capo di Leuca a Brindisi e quanti navi e barche e commerci e che via vai!
Il fiume, di cui si è perso ogni ricordo, scorreva anche qui, dove oggi ci sono i Laghi Alimini e in questa zona dimorava al tempo, la più bella fanciulla che si fosse mai vista. La ragazza viveva con la famiglia, che aveva una locanda proprio vicino alla riva del fiume, dove spesso si fermavano i marinai stanchi a trascorrere qualche ora di pace prima del successivo imbarco.

Un giorno, approdò un principe greco, molto bello, giovane e ricco. Finiti gli studi, il ragazzo si concedeva una vacanza per visitare le terre occidentali. Accordatosi col comandante della nave per riprendere il viaggio il giorno seguente, il greco sbarcò e si recò alla locanda per trascorrervi la notte. Ivi lo accolse la giovane e graziosa indigena, dalla cui bellezza il principe fu inebriato.
Immediatamente, decise di sedurla, in barba agli sguardi truci del padre, il quale non tirava fuori il maglio dal bancone solo per rispetto verso il denaro sonante che grondava dalle principesche sacchette.

L'avvenente locandiera, per suo conto, si riteneva assai scaltra nonostante la giovane età, perché ben istruita dai genitori, sempre burberi e sospettosi nei confronti dei lupi di fiume, dei riccastri in crociera su e giù per il Salento, dei mercanti di merci e di schiavi, dei marinai puzzolenti e degli avventurieri d'ogni sorta. Furba e smaliziata, la giovane non si lasciò incantare dalle cortesi attenzioni del greco.



Il principe, le cui ricchezze sconfinate inducevano a concentrare tutta la sua sagacia in imprese del tutto futili, prese il rifiuto della giovane e bellissima locandiera, come una sfida alla sua arte amatoria e decise di trattenersi alla locanda finché non fosse riuscito a conquistare il cuore della donzella. Licenziò la nave, spiegando al comandante che, quando ne avesse avuto voglia, avrebbe chiesto uno strappo a Brindisi a qualche nave di passaggio.

Se voi pensate che questa sia una storia d’amore, ecco che vi sbagliate. E per dimostrarlo, saltiamo a piè pari le peripezie che il giovane affrontò per un anno intero, nel tentativo di ottenere le attenzioni di lei, superba locandiera di rigidi costumi, ma di ancor più rigido carattere. Diciamo soltanto, che dopo un anno trascorso in una modesta camera di quella locanda e poi a zonzo per la Messapia, il principe perfezionò la sua conoscenza della lingua salentina e riuscì a trovare le parole perfette che sciolsero le glaciali resistenze di ISABELLA. Questo era il nome della giovinetta.

Così una bella mattina, all'inizio dell’Estate, accadde. Isabella accettò di passeggiare con il principe nella pineta che costeggiava il fiume e giunti presso una radura, cedette alle dolci insidie di costui. Caduta finalmente tra le braccia del giovane, Isabella non badò alle vertigini d’avvertimento e si concesse anima e corpo a quell'amore, forse segretamente bramato fin dal principio.
Tornata alla locanda, non nascose l’accaduto alla madre, forte del fatto che – se mi ha aspettato per un anno, vuol dire che mi ama davvero! Mi farà principessa.
La genitrice l’abbracciò e non disse nulla, ma possiamo immaginare quali presagi le increspassero il viso.

foto di Luna Zurigo

La colazione è servita


Per quanto convinta di conoscere il mondo, la giovinetta del mondo, in effetti, aveva visto solo ciò che il fiume le faceva scorrere davanti agli occhi: uomini e intenti alterati dal “viaggiare”, per i quali la riva del corso d’acqua è solo un approdo, un’occasione, una sosta e non può costituire il fine stesso del viaggio.

Il principe, fatta sua la bellissima Isabella, aveva ottenuto il punteggio massimo di quel crudele gioco e poco gli restava da fare in quella terra di passaggio, se non pagare il conto e accordarsi con la prima nave disponibile per proseguire verso Settentrione. Il giorno seguente bussò alla porta della ragazza di buon mattino, riscuotendola dal sonno carico di zuccherosi e fruscianti sogni, tra abiti sgargianti, palazzi e giardini e principesco avvenire. Isabella credette che il principe fosse venuto a svegliarla con amorosi intenti e rimase di sasso, quando lui le ordinò la colazione e - Presto! ‘che mi devo imbarcare prima di mezzogiorno. La giovane, un po’ frastornata, chiese timidamente spiegazioni al suo amato, domandando cosa ne sarebbe stato delle sue promesse di amore eterno.

La risposta fu rapida e canzonatoria: Cosa credevi, ragazza mia, che sarei rimasto con te? Ho mille luoghi da visitare, ho una casa a cui tornare. La tua casa, per me è solo una tappa.

Isabella nauseata dallo stupore, ma impietrita nella folgorante comprensione della trappola d’amore in cui era cascata, reagì con apparente dignità e obbedì agli ordini del facoltoso avventore. In cuore, tuttavia, covava la più nera delle serpi, resa ancor più velenosa dalla fretta. Servita la colazione, doveva sbrigarsi a servire la vendetta al principe, prima che salpasse. Si lanciò a rotta di collo nella pineta e raggiunse la radura dove solo il giorno prima, i due giovani avevano consumato amore ed equivoci.

Selvaggia nell'amore, selvaggia nell'odio


Raggiunse la radura e urlò. L’antica saggezza che si tramanda senza parole nelle famiglie, le suggeriva di fare così. Sentiva, che quel luogo, ancora carico di emozioni e promesse, era il posto giusto per invocare la sua vendetta. E quindi urlò a squarciagola parole di odio e di rabbia. Gli uccelli si levarono in volo dagli alberi intorno, lepri e cinghiali cercarono rifugio lontano.

Isabella invocava le Furie, creature del mondo sotterraneo, che si manifestano solo quando la sete di vendetta è talmente traboccante da dissolverne  il sonno pesante e convulso. Il richiamo della ragazza era mosso da una collera tale, che non poteva non attirare l’attenzione delle tre orrende sorelle, sicché queste accorsero. Aletto emerse dal suolo sporca di terra e lacrime, Tisifone si precipitò da un alto albero, ricoperta di aghi di pino e sangue, Megera uscì dall'ombra delle prime due e non aveva gli occhi. Di fronte alle orribili figure, Isabella non indietreggiò né smarrì il suo proposito, ma gridò la sua sete:

Mai il fiume avrebbe portato via il principe. Egli sarebbe stato condannato in eterno a solcare quelle acque senza arrivare da nessuna parte. Perennemente prigioniero di una tappa e di lei.

Ora, è bene sapere che le Furie, figure che ormai la nostra cultura a relegato nel mito, non sono benevole fate turchine, che soccorrono pietosamente e che saggiamente recano giustizia. Altresì chiamate Manìe, sono le figlie della Notte e il loro orrido stendardo è quello della collerica vendetta, sentimento che spesso travolge come un fiume in piena chi la subisce e chi la invoca, perché se nutrito dal cieco furore, il desiderio di rivalsa divora invece di saziare.

foto di Luna Zurigo

Disavventura


Nel frattempo, il greco era pronto a salpare, sguardo rivolto verso Settentrione, carico di attese e desideroso d'avventura. Quante lingue avrebbe appreso, quanti canti ascoltato, quante meraviglie avrebbe visto e quante giovinette avrebbe sedotto. Pensava a tutte queste cose e anche ad altre e trepidante, non vedeva l'ora di risalire il fiume. I marinai, intanto, portavano il suo baule sul piccolo legno che l’avrebbe condotto su fino a Brindisi, dove, raggiunto il mare, si sarebbe finalmente imbarcato per Venezia.

In fine era tutto pronto, l’ancora tirata in barca, la piccola vela spiegata al fiato pesante dello Scirocco, i pochi rematori pronti a sopperirvi. Il greco, accomodato nel suo cantuccio scrutò la sponda opposta del fiume e la vide. Isabella fiammeggiante di ira sotto il sole di mezzogiorno, che malediceva il suo nome. Si sforzò di sorridere, ma un presagio inquietante si insinuò tra sue scapole e i rivoli di sudore sulla schiena accaldata dalla canicola, si fecero ghiacciati.

La piccola nave partì e il principe si lasciò alle spalle la disperata e terrificante figura al suo solitario turpiloquio. O almeno così credeva. Fu un attimo. Senza accorgersene, si assopì e al risveglio, notò che anche l’equipaggio sonnecchiava, forse intorpidito dal caldo soffocante, pensò. Notò con sollievo che il sole era basso. La locanda e le maledizioni erano ormai lontane. Presto però si riscosse del tutto dal sonno e si rese conto che il sole, sì era basso, ma tramontava dal lato sbagliato. Erano partiti verso Settentrione, quindi avrebbe dovuto vedere il tramonto a sinistra e invece era a dritta; ma che stava succedendo? Si sollevò, si guardò intorno e si pietrificò. Poco lontano scorse la locanda. Possibile che la barca si fosse girata, possibile che nessuno si fosse accorto, che da molte ore navigavano intorno, invece di seguire il corso del fiume? Provò a svegliare i marinai, ma nessuno si destò. Erano tutti prigionieri di un sonno profondo, da cui mai si sarebbero risvegliati.

Il giovane, che difficilmente cedeva alla disperazione, provò a governare da sé il barcone, armeggiando con il timone e la vela. Finalmente riuscì a girare l’imbarcazione, che riprese a scivolare sull'acqua verso nord. Rincuorato, nonostante il sonno misterioso dei suoi compagni di viaggio, scrutò le sponde che si lasciava alle spalle e poi, con immenso stupore vide Isabella ancora ferma sulla riva. Questa volta non provò nemmeno, a ridere di lei. Distolse lo sguardo e si concentrò sulla navigazione, sperando di allontanarsi al più presto da quel luogo d’inquietudine.

Era trascorso un brevissimo lasso di tempo da quando il greco aveva ripreso la rotta su quelle acque troppo torbide e calme, che finalmente si rese conto dell’inequivocabile: non navigava verso Nord, non risaliva il fiume. L’imbarcazione girava intorno, perché si trovava in un lago!

Certamente stava sognando. Quella stupida ragazza, che prima lo aveva fatto penare tanto per concedersi, che lo aveva maledetto invece di dirgli addio, ora gli provocava anche gli incubi. I satiri se la portino! - Pensò mentre, fissando lo specchio d’acqua, ripeteva una disperata litania – voglio svegliarmi, voglio svegliarmi, devo svegliarmi!

foto di Luna Zurigo


Poi la vide di nuovo, sempre lì su quella sponda cui il suo legno inesorabilmente si avvicinava. Giunto a pochi metri da lei, Isabella lo apostrofò – O mio principe, il fiume si è richiuso, da qui non andrai più via. Accoglimi sulla tua barca e sarò tua compagna per l’eternità. Come mi avevi promesso. Così ti perdonerò e saremo felici.

Incollerito, il giovane rispose: Giammai, maledetta fattucchiera! Sei tu a farmi questo? Lasciami andare!

Isabella, la cui anima ormai era stata divorata dalle tre Furie, non demordeva: Aletto, Tisifone e Megera hanno fatto questo, o mio bel principe. Siamo bloccati qui, io e te, tra la vita e la morte, sulla soglia dell’Ade, su uno Stige che non si può attraversare e tutto per una promessa che non hai mantenuto. Anch'io sono prigioniera di questo lago, che prima non c’era, di questo fiume richiuso su se stesso e se mi ami io ti perdonerò e nella reciproca compagnia troveremo conforto.

Pazza! - Urlò disperato il giovane principe - Mi hai tolto dal mondo e pretendi che ti ami? L’eternità accolga la mia disperazione per la vita che ho perduto, per la morte che non ho guadagnato. E tu mi possa guardare in eterno, ma da lontano. Questo e nient’altro sarà il mio conforto.

Un lago per uno



Così fu. Non nella vendetta, non nell'amore, Isabella trovò conforto. Né le era concesso invocare la morte, perché con troppa leggerezza aveva usato la parola "eternità" al cospetto delle Furie.

Del lunghissimo fiume, carico di storie, di viaggi, avventure e ricchezze, non rimase che due bacini d’acqua scuri e malinconici. Ancora oggi, invisibile agli occhi dei vivi, si erge disperata sulla sponda del lago più piccolo, luogo a lei destinato dalle Furie, mentre il principe, naviga nel bacino grande, evitando accuratamente di superare la strozzatura che separa i due laghi, per non concedersi nemmeno alla vista della disperata. A volte, nelle notti più scure, i cuori più sensibili li possono ancora udire, urlarsi parole di odio e di disperazione, che fanno impallidire persino la luna.


La locanda andò presto in rovina, senza un fiume a portarvi i marinai, ma i genitori di Isabella continuarono a vivere sulle sponde del lago, nell'attesa vana che la figlia tornasse a casa.


foto di Luna Zurigo

Se vi interessa sapere qualcosa di meno avvincente, ma più verosimile, sul Salento, visitate il nostro SITO!