Il genio di Alessandro Rubichi al servizio dell'arte

Quando il Maestro Alessandro Rubichi ha annunciato la sua nuova fatica, il mio entusiasmo è stato naturale e repentino. Perché di fronte a un artista, è questa la reazione che conviene. Entusiasmo e sollievo. Perché grazie a dio la forza creativa è in questo mondo e si vede. È la spinta che ci solleva dalla barbarie, la bellezza che ci rende migliori.

E se è vero che amiamo l’umanità anche se a volte non sopportiamo le persone, allora Rubichi è l’emblema più luccicante di quello che ci fa amare l’umano. La mente del genio, seduta serena in un uomo normale.

Assistere al genio di Rubichi è come varcare la porta di una piccola cittadina, magari antica e scoprire tra le mura una mirabolante festa, colorata e luminosa, coi mangiafuoco, i fuochi d’artificio, i bambini che corrono monelli e la gente contenta. Rubichi è così; è lo spettacolo magnifico che abita una cittadella comune, umana.

E questo è Alessandro, l’uomo, il compositore, il musicista, artigiano cesellatore di ogni brano di questo album spettacolare. Quando gli ho chiesto “chi ha suonato con te?”, ha risposto, come se fosse la cosa più normale del mondo: 
“ho registrato tutto solo, dalla a alla z, nel mio nuovo studio”
E tra le righe leggevo l’orgoglio…ma per lo studio nuovo, non il peccato di orgoglio per aver fatto da solo il lavoro di dieci. Alessandro Rubichi può contare su un magnifico arsenale da studio e penso: se riesce a raggiungere questi picchi d’arte con un esercito fantasma, rabbrividisco all’idea di quali terre meravigliose conquisterebbe alla guida di un esercito di carne, di archi e di ottoni.

E questo è Alessandro.

Ora passiamo alla sua musica.

La musica è un’arte particolare, l’opera non è lì finita davanti agli occhi, si svolge nel tempo, non si apprende tutta insieme, tiene la mente stretta e la annienta per quei cinque minuti. Non ci sei tu, c’è quello che tu stai ascoltando. E nel caso della musica di Rubichi, ci sono le immagini che saltano agli occhi, ci sono sensazioni sulla pelle, nel cuore.

Epic clouds e Ode a Carmelo Bene arrivano in profondità, perché vengono dal profondo, ti guardano dall’abisso scuro e silenzioso della tua parte più primitiva. Sono due brani che ti scrutano come uno specchio magico e profetico. Emerge la potenza epica del Maestro, le dita delle mani sono una cavalleria, gli strumenti, distese infinite da attraversare.

Ode a Carmelo Bene (il mio preferito) è la storia di una discesa nel liquido bruno dell’anima, via verso il fondo di quel lago verde-scuro. E per farne esperienza, bisogna lasciarsi tirare giù. Piazzata l’ancora, è garantita una risalita vittoriosa verso la superficie, verso la luce del sole.

Resilience è una dichiarazione di vita. Il brano si interrompe prima di dire troppo. Ma nei suoi echi c’è tutto quello che non si può dire.


Ci sono i brani più intimi, ci sono quelli più fiabeschi; le acrobazie e le danze e le nostalgie di Memories of circus sono la descrizione esatta di una domenica sera fredda; gli attori si struccano e tu, bambino, vai verso casa con la mano nella mano del padre, perso tra il ricordo ancora vivo dello spettacolo e la nausea malinconica della festa finita. La fine del brano è come una puntura di zanzara, sulla soglia di casa che ti ricorda che – suvvia, in fondo è solo vita.

A.D.P.





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